“Perché vai in montagna?”. A quanti grandi scalatori è stata posta questa domanda, quante persone comuni lo chiedono agli amici al bar ogni giorno! Ebbene sì, me lo sono chiesta pure io.
La risposta a bruciapelo è “mi piace”, ma può davvero essere tutto qui?
Vorrei essere sopraffina ed usare paroloni come libertà, autostima e limiti, ma sono tutte cose a cui non penso la sera prima di un’escursione e nemmeno mentre cammino, figuriamoci la mattina alle 5.00 quando suona la sveglia!
5.15 non posso più rimandare la sveglia. Metto i piedi a terra e sento il freddo congelarmi fino alla colonna vertebrale. Impreco per la prima volta nell’arco della giornata.
5.20 sollevo la tapparella e fisso l’oscurità oltre i vetri, con un’irrefrenabile voglia di gettarmi tra le calde “braccia” del piumone. Vinco quel desiderio e mi vesto in men che non si dica. Più faccio in fretta più tempo posso passare accovacciata davanti alla stufetta.
Quel momento, mentre sono lì seduta a fissare il muro ed immagazzinare calore, è il più difficile di tutta la giornata. È l’ultimo frangente in cui puoi dare farfoit. Mi vengono in mente molte scuse degne di premio Oscar. Mentre alleno la mia fantasia sento un’auto fermarsi. Mi si stampa il sorriso in faccia e mi sento improvvisamente felice…è ora di andare!
Ci sono giorni in cui tutto fila liscio, ma ahimè le cose non vanno sempre così!
A volte il vento soffia forte contro la pelle ed i fiocchi di neve ti si conficcano nella carne come se fossero lame.
Ci sono giornate in cui gli scarponi ti tengono i piedi all’interno di una morsa e ad ogni passo percepisci la pelle che si strappa dalle vesciche.
Alcune mattine la traccia di risalita è liscia e devi spingere sui talloni con tutta la forza che hai, ma il tuo cuore non collabora e ti martella nelle tempie.
Delle volte la neve è pesante, ad ogni inversione ti si conficcano le punte degli sci nella neve e qualsiasi movimento diventa sfiancante.
Arrivi in cima, ti metti la giacca ed inizi a scendere, ma i quadricipiti bruciano ed ormai sono gli sci a comandare te. Continui a cadere e rialzarti, cadere e rialzarti…fino alla macchina.
Il 90% delle mie uscite invernali si potrebbe riassumere col tormento descritto nelle righe precedenti, ma quando penso a quei momenti li ricordo tutti con un sorriso. Dentro di me ripetevo come un mantra “ma chi me l’ha fatto fare?” e la risposta ovviamente era solo “io”, così iniziavo a ridere. Una risata pura e sincera, una risata in grado di cogliere l’ironia di autoinfliggersi una tale pena ed al contempo esserne felice. Ciò che a livello fisico è una sofferenza, a livello mentale è un piacere. Un controsenso apparentemente innaturale, ma è il meccanismo naturale con cui il nostro corpo ci protegge, ci fa provare dolore per segnalarci la presenza di un’anomalia nel nostro organismo. Qualcosa ci fa “star male”, così che possiamo intervenire per arrivare di nuovo a “star bene”.
La montagna per me è questo, un “qualcosa” che mi rende felice anche nel momento in cui mi sta facendo soffrire.
Non sono spinta ad andare in montagna da motivazioni profonde e filosofiche che ambiscono alla comprensione di sé stessi. A posteriori ci sono molte riflessioni che mi hanno aiutata a maturare e prendere consapevolezza di me stessa, ma queste sono solo delle utili conseguenze del mio “andar per monti”, non ciò che mi spinge a recarmi in luoghi remoti.
Dunque perché vado in montagna? Semplicemente perché mi fa star bene! Una risposta banale in cui è racchiusa l’essenza stessa della vita, perché in fin dei conti siamo tutti semplici esseri umani che ambiscono alla felicità.
